"Ci sono crimini peggiori del bruciare libri. Uno di questi è non leggerli" J.Brodsky

Recensioni

Recensione: “Yono-Cho”

Recensione di Silvia Signaroldi.

Yono-cho
di Vittorino Andreoli
Rizzoli

YONO-CHOCerto che come psichiatra deve averne viste e sentite di tutti i colori, per riuscire a scrivere un libro così pazzesco, nel vero senso del termine…
Comprai il libro ma non lo lessi subito, ma sono convinta che se lo avessi letto allora non ne avrei colto l’impressionante odierna attualità, e magari me ne sarei dimenticata…
La prima edizione è infatti del 1994, e non si parlava ancora di femminicidio, ma la storia, pur romanzata, fantastica ed irreale, sembra costruita leggendo nella testa di chi è convinto che una donna sia una proprietà, quelli che picchiano ed ammazzano le loro donne, e nella testa di quelle donne che, soggiogate, scambiano per amore tutto questo orrore: “Sapere di essere necessari a una persona ha un effetto straordinario, riesce a dare un’identità, sicurezza anche nel pericolo di essere maltrattati”

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Recensione: “Gilgi, una di noi”

Recensione di Silvia Signaroldi.

Irmgard Keun
Gilgi, una di noi
L’orma editore

keunDal gruppo di lettura che si è ormai consolidato in libreria arrivano spunti sempre autentici ed inconsueti. Questa volta il suggerimento ci concentra sul mondo interiore di una donna del 1930, e anche sul contesto storico e culturale dell’epoca. Epoca di storia recente e di cui chi ha più o meno la mia età può riconoscere l’atmosfera nei preziosi racconti dei genitori.
L’atmosfera in cui si svolge la vicenda è triste, un contesto sociale depresso e malinconico che sembra quasi presagire, nel 1930, il disastro che si sarebbe presentato per la Germania e per tutta l’Europa.
Gilgi è una ragazza indipendente e, per i suoi tempi, molto intraprendente: determinata, spregiudicata, anche un po’ cinica ed egoista dal punto di vista affettivo, pianifica attentamente la sua vita futura senza però tener conto dell’imprevisto-amore. E infatti quando si ritrova davanti l’uomo della sua vita annulla se stessa e rinuncia ai suoi piani, combattuta tra passione, sensi di colpa, lealtà verso gli amici, paure di perdita dell’amato, miseria e fatalismo.
E’ molto bella la parte in cui si sviluppa tutto il suo conflitto interiore, evidenzia una grande capacità introspettiva da parte di una giovanissima scrittrice che nel 1930 aveva solo 25 anni.
Gilgi è davvero una di noi, una ragazza dei suoi tempi, ma anche dei nostri in cui ancora troppe donne sono convinte che per amare si debba rinunciare alla propria libertà e alle proprie aspirazioni condizionando la propria autostima a giudizi e capricci altrui.


Recensione: “L’infortunio”

Recensione di Silvia Signaroldi.

Chris Bachelder
L’infortunio
BIG SUR

infortunioUna bella sorpresa: tutto in questo libro è una bella sorpresa.
Si svolge tutto in un fine settimana dedicato ad un rito annuale ben preciso ed immancabile per 22 amici e sembra quasi una scadenza per le considerazioni e soprattutto i bilanci di una vita, di ogni vita.
Ognuno, in una lotta inconsapevole con il proprio ruvido pudore, sente il bisogno di parlare, di spiegare, di chiedere consigli, di chiedere conforto.
Intorno alla ricostruzione quasi maniacale di una traumatica azione di gioco si crea una fragile intimità nello stesso tempo ironica e rispettosa in cui ognuno tramite il dramma rappresentato fa i conti con le proprie paure.
Le descrizioni sono asciutte e precise, quasi cinematografiche. Le azioni sono coerenti nella loro illogicità. Le riflessioni riguardano un po’ tutti perché ognuno vi può trovare qualcosa che gli somiglia nella normalità della vita e della routine, delle delusioni, delle aspettative mancate e dei sogni che non ci rassegniamo ad abbandonare. L’ampiezza delle sfumature della scrittura fa intuire una traduzione ricca e amorevole.
Il finale è semplicemente strepitoso.


Recensione: “Racconti di cinema”

Recensione di Silvia Signaroldi.

Racconti di cinema
A cura di Emiliano Morreale e di Mariapaola Pierini
Einaudi ed.

einaudiImpegnativo per il livello narrativo in cui i racconti si collocano tutti, frutto di una scelta, come spiegano i curatori, molto ampia ma assai precisa.
Alcuni autori sono stati per me una scoperta, e anche certe sfaccettature dell’ambiente cinematografico.
I racconti spaziano dal fascino della sala, che sia al buio o all’aperto, alla tenerezza di Truman Capote verso una dolce Marilyn, e poi verso il destino dell’attore visto da un surreale Bontempelli, con la simpatia del duo Sordi/Soldati, l’idolatria malata descritta da Cortázar, l’inquietante profetica di Flaiano, il cinismo dello snuff-movie di Apollinaire, la malizia pacchiana della Nonoche di Irene Némirovsky, fino alla dolce malinconia di Starnone.
Il ritmo è sempre alto, e non ci si annoia certo con questi compagni di avventura, alla continua scoperta dei mille volti di una vera e propria passione.


Recensione: “Il bacio della donna ragno”

Recensione di Silvia Signaroldi.

Manuel Puig
Il bacio della donna ragno
Edizioni SUR

donna ragnoAvevo sentito parlare del film senza peraltro averlo mai visto, sul libro ero un po’ timorosa dato che i romanzi ambientati nelle dittature mi angosciano più degli horror, forse perché sono realtà che superano le più terrificanti fantasie.
Ma ci sono riuscita, l’ho letto e subito mi ha conquistata l’amore per il cinema, la capacità di rendere vivi i racconti dei film per quelle che sembrano vere e proprie proiezioni personali da condividere per evadere e per salvarsi.
Lo sceneggiatore Puig è riconoscibilissimo nella descrizione delle inquadrature, dei particolari, della fotografia della scena: fantastici racconti di cinema!
La dittatura e la repressione sono la cornice in cui si svolgono vicenda e conversazioni, l’atmosfera inquietante apparentemente solo sullo sfondo ma sempre sottilmente invadente.
Mi ha colpita anche il disincanto dell’approccio alla tematica dell’omosessualità, senza ostentazioni e senza discriminazioni, un approccio che non idealizza e non condanna, con il realismo forte di una grande consapevolezza.
E fin dall’inizio mi ha presa per il particolare rapporto umano che si instaura fra i due protagonisti: affetto, dedizione, solidarietà, e il pudore nel manifestare sentimenti forse dovuti solo al bisogno di sostenersi, o forse dettati dalla necessità insopprimibile di amare e di sentirsi amati, di credere di poter comunque continuare a provare fino alla fine le proprie passioni.


Recensione: “Solo per Ida Brown”

Recensione di Alessandro Mastroianni.

Solo per Ida Brown
di Ricardo Piglia
edizioni Feltrinelli

ida brownLa questione non era come pensare ciò che si vive, ma come vivere per poter pensare

Ricardo Piglia, argentino, tra i migliori scrittori latino americani, ci lascia come ultimo lavoro questo “Solo per Ida Brown”, un romanzo noir pregno di letteratura e critica letteraria, di filosofia politica e attualità, un testo colto senza essere erudito, a duplice velocità, azione e riflessione.

All’interno del mondo universitario che l’autore ben conosce (docente a Princeton ed Harvard), si muove il protagonista Emilio Renzi, invitato come visiting professor in qualità di docente di letteratura inglese alla Taylor University, nei pressi di New York.

Aleggia un che di Ballard nel campus universitario dove Ida Brown, star accademica esperta studiosa di Conrad, invita Renzi per un semestre di seminari su W.C. Hudson, autore britannico che nei primi decenni del novecento propose una nascita di movimenti di ritorno attivo alla natura.

Come in Simenon, il delitto arriva educatamente puntuale, previsto e prevedile, vittima è proprio Ida Brown.

E come prevedibile è il delitto, poco spazio viene dato anche all’indagine.

Il colpevole, un prestigioso matematico terrorista, un anacoreta scientifico che vive in elogio del romitaggio, à la Thoreau, viene di fatto consegnato al lettore senza particolari intrecci investigativi.

Allora quale può essere l’interesse per un romanzo che pare essere di genere ma che del genere (noir o giallo che sia) ha poco o nulla, forse solo una confezione apparentemente stilistica?

Donna di élite ma al contempo anti elitaria, affascinante femmina dal carattere sfuggente, quasi in bilico tra due ruoli, (non dimentichiamo lo sguardo di Piglia tipicamente argentino, con la memoria alla dittatura recente), Ida Brown appartiene al mondo del potere culturale del quale si nutre e dalla quale fugge delineando forse il perfetto e incoerente intellettuale odierno. Ancor più significativo se consideriamo quanto negli Stati Uniti un pensiero radicale o estremo venga considerato antisociale e letteralmente sbagliato.

Cosa può significare oggi la figura di un terrorista?

Se tipicamente gli eroi dei romanzi sono avventurieri o dandy, il terrorista è una sintesi di essi con l’aggravante di sentirsi unico ed eccezionale, recita Nina, un altro bellissimo personaggio femminile. Qui troviamo un lucido matematico che muove dall’assenza in società all’azione diretta. Un uomo che si sottrae, un uomo per cui “la verità non coincide con la realtà empirica, per il quale allontanarsi da tutto è la sola possibilità per non uscir di senno. L’unica via per dominare il mondo è lasciarselo alle spalle.

Piglia non dà indizi certi, è forse nelle trame intertestuali precedenti il delitto che fornisce le basi per poter comprendere l’attacco al potere e alla classe dominante. Oppure nella serie di rimandi letterari e intuizioni suggerite nelle digressioni accademiche che troviamo la strada di connessione con il pensiero di un lucidissimo e razionale terrorista.

L’ultimo lavoro dello scrittore argentino è una colta analisi sul potere delle classi dominanti, su quello intellettuale ed accademico e sui suoi centri di produzione.

Un lucido e disincantato sguardo sul presente, non solo statunitense.


Recensione: “La ricetta del Dottor Wasser”

Recensione di Silvia Signaroldi.

Lars Gustafsson
La ricetta del Dottor Wasser
(Iperborea)

iperboreaConfesso che mi ha spiazzata: si dipana proprio come la narrazione di memorie di un anziano che tra un aneddoto e un cruciverba e un bicchiere racconta com’è andata veramente la sua vita, ma poi divaga sulle storie connesse e attinenti, e poi si perde in particolari, e sospira sui ricordi galanti (a sentir lui non se ne è lasciata scappare una…) e in conclusione mica ti racconta proprio bene come poi è andata a finire!
La scrittura è decisamente accattivante e si legge molto piacevolmente anche se i fatti sono descritti in maniera vaga, come vago ed enigmatico è il protagonista.
Ma quello che prende in maniera prepotente è la sua filosofia di vita, l’astuzia, la voglia di vivere, la capacità di giocare, di recitare, di improvvisare con fantasia e coraggio.
Ho scelto tante citazioni (e tante tante altre ne avrei scelte) perché in ognuna c’è un pezzetto della nostra quotidiana storia che, a volte troppo inconsapevolmente, viviamo ogni giorno:
«No, la vita un senso non ce l’ha. Però glielo si può dare. Forse è stato quel che ho fatto.»
«Scelsi dunque di diventare qualcun altro, di abbandonare famiglia e ricordi e i pochi amici che avevo a casa. Lo scelsi, non perché sperassi chissà cosa da quell’altro, ma perché la seduzione che veniva dall’idea stessa di avere un libero arbitrio era irresistibile. Come ho già fatto presente. E per farla breve: scelsi.»
«Vivere una vita normale è la forma più triste di suicidio»
«… penso si sia trattato di un arresto cardiaco legato all’età. La morte che la maggior parte di noi si augura. O dice di augurarsi. Ho fatto in modo che il cane avesse un funerale degno di lui. Era forse l’unico amico che non ho mai ingannato.»


Recensione: “La più amata”

Recensione di Silvia Signaroldi.

Teresa Ciabatti
La più amata
(Mondadori)

amataMi era rimasta impressa, tanto che ogni tanto ci ripenso, una di quelle frasettine stucchevoli su sfondi evanescenti e diceva più o meno “ogni scrittore parla di sé, se è bravo ti illude che parli di te”.
Per fortuna qui non succede, perché nessuno vorrebbe mai trovarsi immischiato in un’umanità così descritta, così insensibile e arrivista, così miseramente superficiale e isterica, emotivamente asciutta nell’incapacità più totale di amore e di affetto.
L’autrice dimostra un certo coraggio per raccontare, pur magari romanzando, una vita trascorsa tra freddi calcoli, ambizioni, capricci, narcisismi esasperati, in una realtà misteriosa e impensabile e quindi irreale nel mondo della vita delle persone di tutti i giorni. Viene vivisezionata l’infanzia di bambini cui di fatto l’infanzia è negata, svezzati ed educati a valori esclusivamente monetari.
La scrittura infatti rende bene la successiva e adulta ricerca di un senso, di una percezione nuova e consolatoria: è sofferta, incalzante, coinvolgente ma insieme scostante in maniera quasi psicopatica, e ci ritroviamo con la sgradevole sensazione di bocca allappata dopo aver assaggiato un frutto, e un mondo, apparentemente bello ma orrendamente malmaturo.