"Ci sono crimini peggiori del bruciare libri. Uno di questi è non leggerli" J.Brodsky

Recensioni

Recensione: “La fine dei vandalismi”

Recensione di Noemi Veneziani:

Tom Drury
La fine dei vandalismi
(NNEditore)

vandalismi_cover_defIstantanea: America

Nella palestra del liceo dell’immaginaria cittadina del Midwest di Grafton, era stato organizzato un ballo dall’insolito titolo Fine dei vandalismi, e Dan Norman – sceriffo della Contea – era stato designato come garante dell’ordine per quella particolare occasione.
Al centro della palestra era stata eretta una specie di statua a rappresentanza dei vandalismi.

È una composizione dei vari oggetti vandalizzati […] ci sono lo steccato, il vetro, il riflettore. Avevano intenzione di costruire un’altra scenografia per poi rompere il vetro e sporcare di vernice lo steccato in modo da far vedere il prima e il dopo.

Effettivamente il dopo non tarda ad arrivare: Charles (Tiny) Darling, ladro di professione, si era in effetti precipitato nella sala brandendo una mazza e deciso a scagliarsi violentemente sul vetro utilizzato per la scenografia, riducendolo in mille pezzi. In seguito a questo atto di vandalismo, a Dan viene affidato l’arduo compito di indagare sul conto di Tiny. Rincorrere un ladro di professione, e per di più spavaldo e violento, non era certo la missione che Dan sperava di vedersi assegnato, eppure – dato che, a quanto pare, non tutto il male vien per nuocere – durante il corso delle indagini lo sceriffo fa la conoscenza di Louise Darling, abile fotografa ed ex moglie di Tiny.
Dopo qualche tempo i due iniziano a intrecciare una singolare relazione utilizzata dallo scrittore come pretesto per raccontare la vita quotidiana che comprende dolore, gioia e, perché no, intervallata da rapine, giochi d’azzardo, incendi dolosi e azzuffate con cui l’insonne Dan deve lottare ogni giorno.
Attraverso una narrazione, a mio avviso, forse eccessivamente essenziale e minimalista, La fine dei vandalismi – pubblicato da NN editore – di Tom Drury, intende raccontare il quotidiano scorrere della vita umana.
L’autore non intende guidare il lettore attraverso la narrazione, poiché il suo scopo è quello di lasciare che gli eventi si verifichino nella più totale casualità, rischiando però di incrociare un numero elevato di avvenimenti e di personaggi arduo da gestire tanto per lo scrittore quanto per il lettore che riesce a seguire con molta difficoltà lo svolgimento della trama.
Effettivamente lo svolgimento diventa più semplice da seguire dal momento in cui la narrazione si stringe attorno alla vicenda personale di Dan e Louise il cui legame viene costantemente minacciato da difficoltose situazioni, come può essere la perdita di un figlio e una conseguente lunga separazione, che comunque non farà altro che rafforzare quel sincero e profondo legame presente tra i due.

Affrontare la realtà: questo doveva essere il loro motto.

Un romanzo difficile dal punto di vista della sovrastruttura, eccessivamente abbandonata alla casualità degli avvenimenti, e incredibilmente semplice dal punto di vista lessicale che non riesce ad attirare il lettore nella tipica atmosfera americana – tranquilla ma non troppo e caotica ma senza esagerare – di Grafton facendone un immobile spettatore del tempo che passa tra momenti di rigida logica divertenti momenti di pura follia.

Se vuole avere un bambino, ecco cosa deve fare: porti due piante di pomodoro alla chiesa cattolica e le innaffi con l’acqua santa. Poi le pianti in qualche posto piovoso ma con tanto sole. Quando avranno un pomodoro maturo ciascuno, dovrà coglierli e donarli a qualcuno a cui vuole bene.


Recensione: “L’una e l’altra”

Recensione di Noemi Veneziani:

Ali Smith
L’una e l’altra
(edizioni SUR)

sur.pngUn po’ di te in me, un po’ di me in te

Georgia/George è una ragazza inglese di sedici anni sveglia, abile disegnatrice e dotata di una fervida immaginazione.
Francesca/Francesco del Cossa è una giovane donna di Ferrara, vissuta nel Quattrocento e resasi protagonista di un’importante pagina della pittura italiana.
Entrambe orfane di madre si trovano a dover affrontare la vita da sole facendo mostra di possedere un forte potere: quello della determinazione.
Mentre George decide di prendere in mano la propria vita dedicandosi all’emulazione della madre – compiendo devotamente la sua danza mattutina o lasciandosi affascinare sempre di più da quel pittore tanto bravo da spingersi a domandare una paga più alta al proprio committente – Francesca, spinta dal padre, inizia a intraprendere la carriera di pittore in una Ferara in cui le possibilità di successo per una donna sembrano essere quasi nulle.
Femminile e maschile sono generi che solo la logica umana vuole ben definiti.
Tutto può essere rovesciato, confuso; i generi possono scambiarsi e le epoche mescolarsi incontrandosi in una specie di purgatorio in cui ci si può osservare e ascoltare senza tuttavia avere la possibilità reale di vedersi e ascoltarsi.
È questo ciò che succede a George nel quotidiano scambio di battute tra lei e una madre sempre presente ma non più tangibile sul piano reale, così come una simile condizione è vissuta da Francesco del Cossa nel momento in cui si trova nuovamente nel mondo reale da cui solo una sottile membrana lo tiene separato.

Padremadre ti prego allarga extempore
il punto che sto per colpire
il bersaglio che hai scelto (scusa il
disturbo)(è urgente) un gregge dal morbido
vello per attutire (ahi) ma che
mi si è impigliato il (cosa)
a un (ahio)
scansato un (fiù) (bum)
(sdang) (ahi)
(pietà)
un attimo però
quello non è forse
il sole
il cielo azzurro i cumuli bianchi
l’azzurro al di là
[…]
sempre il solito cielo? la stessa terra? di nuovo?

Ebbene sì.
Francesca, o meglio, Francesco del Cossa sembra essere stato nuovamente riportato sulla terra dopo essere…morto?, non se lo ricorda nemmeno, almeno sei secoli fa per…peste? mah, chi può saperlo.
Ciò che conta è che, attraverso l’attento sguardo di Francesco – autore dei magnifici affreschi che Georgia ha modo di apprezzare durante un viaggio appositamente organizzato al Salone dei Mesi del Palazzo ferrarese di Schifanoia – il lettore riesce a fare l’esperienza di vivere due vite parallele: da una parte la narrazione delle vicissitudini dell’artista costretto a fare i conti con gli imprevisti di una vita passata a dissimulare di essere ciò che in realtà non si è e, dall’altra, lo svolgersi quotidiano dell’esistenza di una ragazza un po’ speciale e in cui l’artista sembra in parte riconoscersi.
Romanzo dalla forte carica filosofica, L’una e l’altra di Ali Smith – edito dalla casa editrice SUR – riesce a raccontare la storia di due caparbie donne facendo dialogare due piani temporali differenti e mettendo in evidenza una condizione indispensabile per la buona riuscita di un essere umano: chiunque dovrebbe avere il coraggio di affrontare la propria vita sentendosi libero di essere quello che effettivamente sente di essere.

Maschio o femmina?
Non può essere tutte e due le cose insieme. O è l’una o è l’altra.
E chi lo dice, questo? Perché deve essere per forza così?, ribatte la madre.
[…] rifletti, per un momento, sul dilemma morale.

 


Recensione: “Peperoncino”

Recensione di Noemi Veneziani

Alain Mabanckou
Peperoncino
(66THAND2ND)

peperoncinoTokumisa Nzambe po Mose yamoyindo abotami namboka ya Bakoko, che in lingala significa “Rendiamo grazie a Dio, il Mosè nero è nato sulla terra degli antenati”, è il nome che il religioso papà Moupelo decise di assegnare a quel bimbo abbandonato alle porte del grande orfanotrofio di Loango. Un nome lungo e importante e che tutti abbreviavano semplicemente in Mosè.
Era tutto sommato piacevole la vita nell’orfanotrofio e papà Moupelo contribuiva al divertimento dei ragazzi quando, poco prima dell’ora dedicata al catechismo, si cimentava in una sequenza infinita di manovre nel tentativo di parcheggiare la sua Mercedes con il muso rivolto in avanti già pronto per uscire. Oltre a papà Moupelo, a Sabine Niangui – premurosa mamma adottiva di tutti gli orfanelli -, l’inseparabile compagno di giochi Bonaventure e tanti altri strambi personaggi, nell’orfanotrofio vivevano anche i severi e corrotti sorveglianti di corridoio e il temibile direttore Dieudonné Ngoulmoumarko. Fu proprio il severo Dieudonné a dichiarare inaspettatamente l’avvio di un lungo processo di evoluzione che avrebbe alterato per sempre il volto dell’orfanotrofio e della stessa società congolese: era iniziata la Rivoluzione socialista scientifica e con essa scomparvero misteriosamente sia l’affezionato papà Moupelo che la dolce Sabine.
Da ora in avanti, la bandiera rossa della Rivoluzione sarebbe rimasta ben esposta nel cortile dell’orfanotrofio.

Il rosso simboleggiava la lotta che aveva condotto all’indipendenza del nostro paese negli anni Sessanta; il verde, la natura rigogliosa e lussureggiante delle nostre campagne; il giallo, l’insieme delle nostre ricchezze naturali che l’Europa aveva rubato e depredato fino alla nostra emancipazione. Quanto alla zappa e al martello, ci esortano al lavoro, all’attività manuale, mentre la stella giallo-oro ci ricordava la necessità di rivolgere lo sguardo al futuro e di perseguitare senza sosta i nemici della Rivoluzione, compresi quelli che vivevano nel nostro paese e avevano il nostro stesso colore di pelle, i “lacchè dell’imperialismo”.
[…] Quando i bianchi sono venuti in Africa, noi avevamo le terre e loro la Bibbia. Ci hanno insegnato a pregare con gli occhi chiusi: quando li abbiamo aperti, i bianchi avevano la terra e noi la Bibbia.

A causa di questi mutamenti la vita all’orfanotrofio si fece insopportabile, così Mosè, approfittando del perfetto piano di fuga escogitato dai tremendi gemelli Songi-Songi e Tala-Tala, decise di accettare l’invito di questi e di unirsi al gruppo che sarebbe presto fuggito da Loango. La separazione da Bonaventure fu una inevitabile conseguenza, anche perché egli era convinto che, un giorno o l’altro, un aereo sarebbe giunto unicamente per lui. Da quel momento in avanti, il timido Bonaventure avrebbe dovuto affrontare la vita da solo, senza poter contare sullo spavaldo Mosè che lo aveva sempre difeso da quei pestiferi gemelli arrivando persino a guadagnarsi il simpatico soprannome di Peperoncino a causa di un ridicolo scherzo messo in atto ai danni dei due monelli.

Io e Bonaventure stavamo nel blocco 4 insieme ad altri otto compagni che dormivano come ghiri quando di notte mi alzai in punta di piedi per andare al blocco 6 e cospargere di peperoncino il cibo che quei due ingordi dei gemelli imboscavano sotto i loro letti a castello per poi mangiarlo verso mezzanotte o l’una del mattino. Sapevo dove lo nascondevano, dunque fu un gioco da ragazzi sdraiarmi per terra davanti al loro blocco, allungare il braccio destro, sollevare il coperchio del piatto di plastica e versarci sopra il peperoncino.

Era dunque giunto il momento di cambiare vita e di fuggire verso la tanto decantata Ponte-Noire; quel luogo, o meglio il porto di Pointe-Noire, divenne la sistemazione perfetta per quella piccola banda di ladruncoli che si dilettava in piccoli furti compiuti al porto e al Grand Marché. A Mosè piaceva così tanto scorrazzare tra il Grand Marché e i singolari quartieri della città così, un giorno, si imbattè in una donna che gli propose di mutare per sempre la propria esistenza: Mamma Fiat 500. Peperoncino si affezionò molto a Mamma Fiat 500 e alle sue ragazze zairesi, tanto da abbandonare lo scapestrato gruppo di banditi, guidato ormai interamente dai gemelli, per dedicarsi al suo nuovo lavoro di scaricatore di porto.
Tuttavia il nuovo capo di stato congolese – guidato da una tremenda gelosia gelosia nei confronti di Mamma Fiat 500 – decise di compiere un folle atto facendo misteriosamente scomparire sia la donna che le sue belle ragazze zairesi. Fu un duro colpo per Peperoncino e questa volta la sua reazione fu molto diversa rispetto a quando era un giovane adolescente: si armò di coltello e si diresse verso la dimora del politico per assassinarlo. Così fece, e da quel momento in avanti la sua esistenza fu completamente stravolta provocandogli gravissimi scompensi mentali che i professionisti della mente formatisi nella modaiola Parigi non riuscirono a sanare. Visti i risultati ottenuti, Peperoncino decise di rivolgersi a tradizionali stregoni certificati.

GUARITORE NGAMPIKA
DISCENDENTE DIRETTO E LEGITTIMO DEL RE MAKOKO
GIÀ STREGONE PERSONALE DEL SINDACO, DEL PREFETTO E DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
SPECIALISTA IN MALATTIE INGUARIBILI NOTE E IGNOTE
RITORNO ASSICURATO DI VOSTRA MOGLIE A CASA ENTRO 24 ORE
GUARIGIONE COMPLETA DA STERILITÀ, IMPOTENZA, ERNIA
INCANTAMENTO DEI VOSTRI NEMICI
VITTO GRATUITO PER TUTTA LA DURATA DELLA CURA
PAGAMENTO A GUARIGIONE COMPLETA E DEFINITIVA

Ma nemmeno quella medicina riuscì a curare l’ormai innocuo quarantenne rinchiuso nella sezione di salute mentale del carcere di Loango – che tanto assomigliava al vecchio orfanotrofio – intento a mettere per iscritto le proprie memorie di vita.
Attraverso una scrittura estremamente semplice, povera e disseminata di espressioni evidentemente rubate dalla tradizione orale, Alain Mabanckou con il suo Peperoncino – edito da 66THAND2ND – permette al lettore di conoscere le condizioni sociali e politiche di un paese da poco liberatosi dagli artigli dell’imperialismo europeo e con tanta voglia di proporsi al mondo come una vera e propria Nazione indipendente fiera della propria cultura e della propria storia.


Recensione: “Ora pro loco”

Ora pro loco
di Gesuino Némus
(Elliot ed.)

Recensione di Noemi Veneziani.

ora pro locoA A A cercasi turisti

Si sta preparando un giorno d’inverno come tanti altri nel povero paesino dell’ogliastra sarda di Telévras quando, il ritrovamento del corpo senza vita dell’esuberante ottantenne – considerato un giovanotto dato il tasso di età media presente nella zona – Venanzio Oréri, presidente della locale Pro Loco, provoca la rapida diffusione di un sentimento di malinconia e sconforto.

Venanzio Oréri, responsabile della locale Pro Loco. Aveva passato tutta la vita a promuovere il territorio, pubblicizzarne le sue bellezze,decantarne le meravigliose virtù dei prodotti tipici, promuovere quelle spiagge da sogno ma…
[…] E ora lo avevano trovato esanime, nella sua casa in pietra a ridosso delle montagne, col volto sereno di chi muore circondato dall’effetto dei suoi trigliceridi, lasciava un vuoto incolmabile in quella piccola comunità. Incolmabile è il termine giusto: nessuno, infatti, voleva quel posto!

Proprio così, nessuno sembra infatti volersi assumere la responsabilità di portare avanti la faticosa opera di promozione del territorio in cui Venanzio aveva investito tempo ed energie.
Non solo, a complicare ulteriormente una situazione già abbastanza critica di per sé, ecco sopraggiungere una pioggia torrenziale che sembra divertirsi a giocare con gli animi già sconfortati degli abitanti alle prese con improvvise inondazioni e misteriosi incidenti in grado di trasformare innocue e annoiate persone di un paesino sperduto tra i Tacchi (formazioni calcaree) dell’ogliastra, in efficienti poliziotti in grado di svolgere le indagini battendo sul tempo le forze dell’ordine della vicina Narghilé a cui venne affidato il caso.

A nessuna delle autorità sembrava importare niente.
Ma le vere indagini erano cominciate subito tra gli abitanti di Telévras. Il caso per loro era già risolto e le condanne assegnate.

Il caso si potrebbe dunque dichiarare risolto, se non fosse per la birichina penna dello scrittore che pare divertirsi a delineare situazioni sempre più elaborate causando maggior parapiglia tra i membri della comunità e il lettore stesso.
Infatti l’Ente del Turismo della Regione sembra aver preso in carico la drammatica condizione di Telévras e aver di conseguenza elaborato un piano per la rinascita della zona: la proposta viene presentata dal Ragionier Franco Ferrucas senza ottenere il successo sperato. In fondo, l’idea di costruire un supercarcere per i condannati al 41 bis, per poter dare lavoro agli abitanti della zona, non sembra essere una “buona trovata”. Piuttosto far partecipare un autoctono – nel caso specifico Titina, catechista di professione e abile imitatrice di versi animali – a un importante show televisivo sul continente!
Ma ecco nuovamente la frizzante penna dello scrittore fare irruzione in un ormai poco lineare intreccio narrativo.
Una seconda morte “accidentale”: il bravo autista di corriere Sergiolino, dopo aver deposto la propria testimonianza relativa all’incidente d’auto, sembra essersi sparato un colpo in testa. Proprio lui che non ha mai sparato colpi nemmeno a Capodanno.
A questo punto le cosiddette morti “accidentali” iniziano a essere troppe per l’ispettore capo Marzio Boccinu il quale, ritiratosi volontariamente dalla professione per un periodo di congedo, decide di portare avanti le indagini trasferitosi proprio a Telévras. Lì impara a conoscere un mondo che appare parallelo a quello in cui noi comuni mortali siamo abituati a vivere e si scontra con stravaganti personaggi come l’eccentrico e gelosissimo poeta Donamínu Stracciu – che arriverà addirittura a inventarsi la storia di una nuova Area 51, denominata giustamente Nuraghe 51, in cui numerosi personaggi famosi si sarebbero rifugiati dopo aver inscenato la propria morte per poter vivere fino a cent’anni, in virtù della magica dieta ogliastrina -, lo spigliato barista Samuele Baccanti – che se solo fosse vissuto all’epoca di Freud sarebbe stato un degno sostituto della celebre Anna O. – e l’inimitabile Michelangelo Ambéssi.

L’uomo che aveva conosciuto anche la regina d’Inghilterra e ne aveva montato i cavalli ad Ascot; colui che mai aveva usato la frusta per costringere il suo destriero a sprintare e che guardava tutto ciò che fosse più altro di 160 cm con sospetto; così fiero di aver imparato da solo a leggere e a scrivere e d’aver capito molte più cose dai cavalli che dagli uomini.

Ad accompagnare l’imbrogliata vicenda non poteva che essere una travagliata, curiosa e un po’ insolita, storia amorosa tra l’ispettore Marzio e la pura (di spirito e un po’ meno di corpo) Titina Inganía.
Comunque tutto è bene quel che finisce bene.
Il romanzo dal curioso titolo Ora Pro Loco – edito da Elliot – e scritto da Gesuino Némus, autore e probabilmente anche narratore della vicenda da quella sua casa sita a Cuccurru, proprio l’ultima [casa], quella dove non arrivano manco le capre, svela infine il colpevole e l’ovvio movente di tutta la vicenda senza tuttavia far mancare alla narrazione gli ingredienti indispensabili di un giallo di qualità; ecco dunque comparire, nel corso della vicenda, lettere minatorie, intrighi amorosi e azioni più o meno legali.
Scritto con l’intento di denunciare un tema molto serio, come è quello dello spopolamento della sarda regione sud-orientale dell’ogliastra, Némus propone al lettore comiche scenette, narrate mantenendo una scrittura leggera, scorrevole e intrisa di nuragico ottimismo, particolarmente funzionali a far comprendere ai più l’importanza e l’essenzialità di farsi venire una “buona idea” che possa mettere in evidenza le ricchezze del proprio territorio.

«Dall’anno prossimo ci inventiamo un animale mitologico».
«Il cervo dantesco? O il muflone tigrato? La “lonza leggera e presta molto” dell’inferno di Dante?” Quelli li posso inventare Vena’».
«Inventa, inventa, tanto sempre pecora è la carne che gli diamo».


Fahr&club: “Giardini di consolazione”

Martedì 9 maggio alle ore 20:45 Fahr&club, il gruppo di lettura della Libreria Fahrenheit 451, ha deciso di parlare del libro:

Giardini di consolazione
di Parisa Reza
edito da E/O

Durante l’incontro si discuterà del libro e delle sue tematiche (Iran in questo caso) leggendone anche brevi passaggi; non è obbligatorio aver letto il libro, la serata serve anche per far venir voglia di leggerlo. A condurre la serata Sara Carini.

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Ecco la recensione di Noemi Veneziani per Fahrenheit 451.

Metamorfosi di una nazione: Iran

In quel momento l’Iran è democratico, comunista, socialista, totalitario, religioso, laico, fondamentalista e anche filobritannico, filoamericano, filosovietico, innamorato di Hollywood, occidentalizzato e fedele alle proprie tradizioni […] In quel tumulto di ideologie e credenze ognuno cerca di fabbricarsi un abito di circostanza, simbolo di adesione o rifiuto in tutto o in parte di ciò che immancabilmente succede: il cozzo tra gli uni e gli altri.

È attraverso attraverso questa istantanea che Parisa Reza, pubblicata da Edizioni e/o, sintetizza la complessa situazione socio-politica e culturale di un paese, l’Iran, attraversato da durissimi scontri tra gli anni Venti e gli anni Cinquanta. La seconda guerra mondiale prima e il glaciale conflitto successivo tra USA e URSS, produssero una successione di profondi cambiamenti non sempre accettati di buon grado dalla popolazione iraniana.

Tutto ebbe inizio a Quamsar, piccolo villaggio sito nelle colline iraniane, dove Talla e la sua famiglia si stanno preparando ad affrontare un rigido inverno durante il quale tutti i membri si apprestano a vivere riparati unicamente dal calore del korsi.

Si tratta di un tavolo basso con sopra una immensa coperta sotto la quale viene messo uno scaldino di brace e pietre bollenti.

Talla è all’epoca una giovane fanciulla dedita al lavoro nei campi e alla cura dell’affezionata sorella minore Havva, vittima dell’eccessiva severità del padre che la condannerà a una lunga agonia per poi portarla alla morte. Sconvolta dal vuoto lasciato dalla scomparsa della piccola, Talla decide di dedicare tutta se stessa al lavoro e alla propria crescita dato che molto presto convolerà a nozze con un giovane del villaggio – Sardar – partito anzitempo verso la capitale – Teheran – per costruirsi una piccola fortuna e per preparare la dimora che accoglierà la futura famiglia.
La vita di Talla e Sardar nella capitale sarà segnata da gioie, da paure, da tanta fatica e da una profonda sofferenza come sarà l’insopportabile dolore legato alla perdita di due figli. Tuttavia il rispetto e l’amore reciproco non abbandonerà i protagonisti che saranno invece presto ricompensati della loro fede e dei loro sforzi con l’arrivo di un figlio prodigio che saprà riscattarsi agli occhi della nuova e moderna società iraniana.
Bahram sarà infatti un brillante studente e un appassionato militante tra le fila dei democratici in costante conflitto con coloro che si dichiararono fedeli alla dittatura modernizzatrice dello scià Reza Pahlavi. Egli avrà dunque la possibilità di vivere in un Iran totalmente rivoluzionario rispetto al paese medievale ricordato dai genitori e che il lettore impara a conoscere durante la prima fase di sviluppo del romanzo.

Giardini di consolazione potrebbe essere definito un meticoloso reportage di quello che fu e che poi divenne la cultura iraniana, poiché utilizzando una scrittura rapida e scorrevole – quasi appunto a ricordare un servizio giornalistico – l’autrice permette a noi europei di conoscere una cultura rimasta troppo tempo nell’ombra o giunta sino a noi completamente stravolta.
Come un regista l’autrice inquadra infatti diversi momenti di quotidianità preziosi per imparare a comprendere una cultura così tanto diversa dalla nostra e, per di più in un trentennio segnato da profondi mutamenti.
Dapprima l’autrice tocca le corde più intime del lettore mostrando un lato della comunità, quello maschile, intento a compiere i primi passi verso la dimensione femminile nelle sfere più intime; Bahram avrebbe infatti assaggiato l’amore carnale, e da quella volta ha scoperto una cosa che molti uomini di quelle terre ignorano: il piacere della donna.

Ma il processo di apertura e di commistione culturale dei due sessi non sembra essere unanimemente condiviso sia dagli uomini che dalle donne le quali, libere di abbandonare quel velo simbolo di sottomissione, decidono invece di opporsi alle nuove leggi per continuare ad osservare le proprie regole.

Alcune [donne] restano tappate in casa fino a che gli obblighi della vita le costringono ad affrontare la strada. Altre usciranno solo anni dopo, quando la legge cadrà in disuso. Per quelle donne, così come per i loro uomini, è impossibile mostrarsi ai passanti senza chador. Tra l’andare all’inferno e rimanere in casa, scelgono o sono costrette a rimanere in casa.

Più lineare e a tratti ironica è invece il racconto delle emozioni di coloro che si trovarono a fare i conti con le nuove tecnologie introdotte nel Paese da quegli stranieri venuti forse da un mondo parallelo.
Almeno, così sembra percepire la loro presenza l’analfabeta Sardar, che tuttavia dovrà proprio al forestiero la scoperta di un oggetto che in grado di migliorare notevolmente la propria esistenza: era infatti arrivata a Teheran la radio.

La cosa che preferiva era la musica. Gli entrava dentro e lo rendeva felice. Pensava che il paradiso dovesse essere pieno di quella musica, che Dio era soddisfatto dei suoi sudditi e che erano tempi benedetti, motivo per cui aveva ricompensato gli uomini dando loro la radio, cioè il suono del paradiso sulla terra.

E con essa erano arrivati anche oggetti come gli orologi e quegli strani complessi in cui sequenze di immagini scorrevano veloci su un telo bianco e che venivano chiamati “cinema”.

Parisa riesce dunque a rendere in maniera diretta ed efficace la dura lotta di una nazione costretta allo sviluppo e che vi aderisce con difficoltà in quanto la propria cultura deve rimanere e deve essere conservata intatta così da costituire un porto sicuro – un giardino di consolazione – dove potersi rifugiare per poter trovare la forza di affrontare un domani forse ancora più incerto del presente.


Recensione: “Toringrad”

“Toringrad” di Darien Levani (Spartaco Edizioni)
Recensione di Noemi Veneziani.

toringrad levani.pngITALIA – ALBANIA

Siamo a Torino.
Più precisamente ci troviamo in quella zona di Torino che non è né centro né periferia. Una zona di confine. Ebbene, in una di queste strade si trova l’insegna di un bar: Toringrad.
Era finalmente felice Drini, ventinovenne in pensione e gestore di un bar, il Toringrad appunto, che sarebbe diventato il punto di convergenza di quella parte di malavita albanese con cui egli ebbe a che fare nel suo ingombrante passato. Avrebbe voluto starsene lontano dai guai; almeno quel tanto che la gestione di una sala da giochi d’azzardo avrebbe permesso.
Ma la vita è imprevedibile, e i parenti ancora di più.
Così ecco che Drini si ritrova a tu per tu con il cognato Petrìt, detenuto per spaccio, che gli affida l’ultima importante consegna.
Ex studente della facoltà di storia e personaggio di una logica quasi disarmante, Drini decide di rispondere alla chiamata del cognato, ma l’impresa non sarà affatto semplice nemmeno per il capace giovane che dovrà fare i conti con molteplici e insospettabili traditori.

La roba è sparita a Milano ancora prima di venire tagliata: quella città si regge sulla cocaina come l’impiccato si regge sulla corda.

Milano: la città della marcia malavita, di coloro che agiscono solo e unicamente con l’intento di vendere, senza alcuna logica, quel bene di lusso all’apparenza tanto innocuo.
È lì che Drini e la sua squadra dovranno consegnare la merce. Ma ci vuole buon senso e fredda logicità perché tutto il processo imprenditoriale di dama bianca, dall’acquisto alla vendita, vada a buon fine.
Nessuna morale; solo pura logica.

Se vai a un appuntamento con un cacciavite addosso, gli altri arrivano con i coltelli. Se porti il coltello, loro hanno la pistola. È tutta una escalation sulla diffidenza che non può non finire con il sangue sull’asfalto, e il mio sangue sta benissimo dov’è, grazie. […]
Non mi stancavo mai di ripetere: se entri in una villa e porti via la tivù, ci guadagni cento euro e finisci sul Tg della televisione locale. La gente si arrabbia quando porti via la tivù, chiede sicurezza, chiama la polizia e qualcosa succede, sempre. Se te ne vai in giro per la città con dieci chili di coca tutti se ne fregano: non è un loro problema, non li tocca direttamente. Poi magari hanno il figlio che si buca nei cessi della discoteca di provincia ma ci penseranno dieci anni dopo, semmai.

È u na dura sentenza quella che Darien Levani, autore di Toringrad edito da Spartaco: lottare contro lo spaccio di droga è una impresa che nemmeno Ercole avrebbe potuto annoverare tra le sue dieci fatiche. Forse non si può combattere, bensì arginare e forse, in parte, controllare ma solo accettando di “collaborare” con coloro che si potrebbero definire imprenditori di un bene di lusso che non viene imposto a nessuno ma che ognuno può scegliere di acquistare.
Non è sicuramente una semplice decisione, quella della sconfitta apparente, e il rancoroso Maresciallo Albero, dialogando con Drini durante un fermo, fa comprendere al lettore tutto l’amaro di una Italia ormai sfinita da una inutile, violenta e squilibrata battaglia.

Noi mandiamo avanti questo Paese. Aiutiamo questa gente ad andare avanti, accordiamo prestiti quando hanno la corda al collo. quando tutte le porte sono chiuse, è solo allora che si rivolgono a noi. La nostra porta è sempre aperta, ecco perché vinciamo sempre…

Così sentenzia il malinconico Envèr emblema di un potere, quello comunista, che ormai non è più così forte ma che continua a sopravvivere nella mente di coloro che lo hanno vissuto sulla propria pelle, specialmente nelle terre balcaniche, e che ancora li condiziona.
Ruvida, violenta e diretta, la scrittura di Darien Levani racconta la storia di un intero Paese, anzi forse di due Paesi – l’Italia e l’Albania – percorsi da forti sentimenti e da condizioni che nemmeno l’istituzione statale può debellare definitivamente.
Che sia l’invito a una riflessione oppure la volontà di fotografare la condizione di un paese ormai allo stremo delle proprie forze che si lascia guidare dove le vite degli stessi protagonisti decidono di condurlo, il Toringrad sarà sempre un luogo in cui si troverà un Drini pronto a impartire interessanti nozioni storiche relative a quei personaggi diventati simbolo di importanti vie in tutto il nostro Paese e dei quali nemmeno noi italiani ricordiamo le gesta.


Recensione: “Gilgi, una di noi “

Recensione di Noemi Veneziani.

IRMGARD KEUN
Gilgi, una di noi
(L’Orma Editore)

keun.png

Tic-Tic-Tic-Rrrrrrrrrr

Tutto il cattivo e tutto il buono, questo è una persona – è il cielo e l’inferno una persona – la cosa più triste e la cosa più ridicola, una persona.
Ciò che c’è di più estraneo ti sprofonda dentro e scansa quanto c’è di più tuo – e si innesta in te, in te, tutto dentro di te, tutto tutto tutto dentro di te.
E ciò che il tuo pensiero vuole il tuo corpo lo ama. E ciò che il tuo corpo ama il tuo pensiero lo vuole.
Un io diviso in due, un io diviso mille volte.
Io: desiderio obbligato del tuo oggi.
Io: urlo eterno verso il tu, e tutto il resto, falso…
Posa la bugia adamantina della vergogna sul tuo mondo buio, posa la bugia dorata della volontà sul tuo mondo buio, posa la bugia argentea dell’accontentarsi sul tuo mondo buio, posa la bugia del ferro del legame con la quotidianità sul tuo mondo buio, posa la bugia di rame, ormai verde – no – sul tuo mondo buio…

Gisela Kron è una giovane ventenne nata nella Germania del primo dopoguerra, in cui essere donna significava vivere nell’anonimato assoluto e ai margini di una società maschilista sempre più impegnata a creare un modello di vita rigido, discriminante e privo di qualsiasi possibilità di sviluppo personale e professionale. Ma la “donna oggetto” e la “donna casalinga” non piacciono affatto alla venticinquenne Irmgard Keun, che risponde abilmente alle provocazioni del suo tempo – il romanzo venne pubblicato per la prima volta nel 1921 – creando, probabilmente come proprio alter ego, l’inarrestabile Gilgi.
Sbarazzina, frivola e poco interessata alla politica, Gilgi consacra la propria esistenza al lavoro e all’oggetto emblema della propria indipendenza: la macchina da scrivere.
Rigore e fermezza d’animo sono le qualità che più caratterizzano Gilgi nella prima parte del romanzo.
Eppure ecco sopraggiungere i sentimenti che, quasi tendendo un agguato, aggrediscono la giovane costringendola a fare i conti con il tremendo mondo umano; prima la scoperta della propria condizione di figlia adottiva e poi l’intensa passione amorosa per lo scapestrato scrittore bohèmien Martin.
Le emozioni hanno ormai fatto breccia nell’ingenuo cuore di Gilgi e Martin diventa tutta la sua vita.
Il lavoro rimane una priorità che tuttavia rimane sullo sfondo e gli affetti di un tempo – gli amici Olga, Pit e Hans rappresentanti della contemporanea società tedesca – vengono momentaneamente allontanati dalla protagonista.
Occorre riflettere, ma non c’è più tempo. È necessario correre, correre a perdifiato, correre a più non posso contro il tempo per aiutare, per essere presente, per riscattarsi.
Pit, Olga, Hans, Martin, una Germania intera ha bisogno della forza, della debolezza e della sensibilità di Gilgi, donna nuova, una di noi.

Era l’ultima cosa che avrebbe voluto fare: dare a qualcun altro la colpa per qualcosa che, invece è solo colpa sua… e rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo… fai a pezzi il Padre Nostro con le tue mani, riducilo a brandelli con i denti: è solo una bugia, una bugia, è un inganno.
Insegnaci a credere solo nelle nostre colpe – niente “come noi li rimettiamo”, non è vero, non abbiamo niente da perdonare, niente, mai, a nessuno. Non c’è nessuna colpa degli altri che passa su di noi, ci sono solo le nostre, di colpe.
Uno crede di poter ripartire da zero dipingendosi a un altro peggio di com’è realmente. È una sofferenza primigenia il fatto che nessuno sia in grado di concedersi l’assoluzione da solo – e nemmeno Dio può farlo.

Confusione, annebbiamento, vertigine; queste sono le sensazioni con cui il lettore si scontra leggendo il romanzo della Keun.
Testo di denuncia sociale e di formazione, Gilgi, una di noi edito dall’Orma editore, sembra essere un romanzo senza una vera e propria trama, tutto ciò che accade viene infatti filtrato ed elaborato dalla mente della protagonista che descrive gli avvenimenti dal proprio punto di vista psicologico e in un continuo conflitto tra ragione e sentimento. Inoltre, il finale aperto permette molteplici letture ispirate dalle sensazioni che il lettore ha avuto modo di provare lungo il corso della narrazione.
Dopo aver corso a perdifiato, ora Gilgi si ferma; ha bisogno di riflettere e di far dialogare la mente con il proprio cuore. Rallenta il passo e con lei anche la scrittura della Keun sembra distendersi apparendo meno incalzante e affrettata.
Ironica, tragica e poetica, l’irriverente penna della Keun tenta di denunciare lo stato di una classe sociale e, probabilmente, la condizione di una intera società oppressa da un nuovo padrone dal quale nemmeno la religione può salvare.

I nazisti bastonano i comunisti, i comunisti bastonano i nazisti, perché tutti credono di avere ragione. Si scrivono moltissimi giornali, a destra e a sinistra, e a destra e a sinistra non vuol dire in mezzo. E il mondo si tiene la pancia dal ridere, Voi mi spennellate solo i colori delle vostre idee politiche sul viso e un’unica, minuscola goccia di pioggia li lava via…
Accadono molte cose nel mondo e non succede niente, proprio perché accadono molte cose.
E succedono molte cose di fuori…e il sole si innamora di nuovo della terra, con i suo baci la rende un giocattolo tutto colorato, verde e fiorito.
Nell’edizione della sera dello “Stadt Anzeiger” oggi ci sarà un trafiletto, che compiange senza dolore e con distacco…quattro persone morte per avvelenamento da gas…


Recensione: Il libro degli specchi

Per la Libreria Fahrenheit 451 una recensione di Alessandro Dosi:

E. O. CHIROVICI
IL LIBRO DEGLI SPECCHI
(Longanesi)

longanesi.pngUna piacevole sorpresa.
Intanto un complimento per l’attenzione al problema di fondo del romanzo: la verità è un assoluto oppure ognuno si tiene e porta avanti la propria?
A me ha ricordato “La verità sul caso Harry Quebert”, o, con il dovuto rispetto, “Rashomon”, proprio per le verità diverse e per il dubbio finale su cosa sia realmente accaduto.
È un romanzo noir, gestito benissimo, di qualità la scelta dei narratori che come in Rashomon sono non tanto i testimoni ma coloro che raccolgono, per vari motivi e interessi, la verità su un caso di fatto insoluto, anni dopo l’avvenimento.
Una grande capacità di costruire storie, motivazioni, carattere, taglio dei personaggi ma, soprattutto un tema, quello della memoria e dei ricordi che è il vero tema del romanzo.
A partire dalla domanda classica: qual è il tuo primo ricordo, per cui tra memoria vera, indotta e percepita, anche la verità può essere, anzi diventa, di volta in volta, vera, indotta o percepita.
Una scoperta davvero piacevole, un autore che merita tanta attenzione e che, mi auguro, avrà lo spazio ed i riconoscimenti che merita.
DA LEGGERE!

“Un impressionante primo romanzo, intelligente e ben scritto.”
The Times

“Ho letto il libro di E.O. Chirovici con la sorpresa, l’ammirazione e l’inquietudine con cui lessi il primo Paul Auster. Questo è un romanzo avvincente, impeccabile, capitale. Uno dei più belli della stagione.”
Antonio D’Orrico su Sette

“Un intreccio complesso… Ricordi imperfetti, segreti e palesi menzogne rendono difficile capire a chi poter credere davvero.”
Publisher’s Weekly

“Intrecci vertiginosi, colpi di scena e dosi da cavallo d’inquietudine e amore: non sorprende che Il libro degli specchi, del romanziere rumeno E.O. Chirovici, sia in traduzione in 38 paesi e venga già definito un classico.”
Michele Neri su Vanity Fair

“Ecco il thriller mentale che fa riflettere.”
Il Giornale

“Intelligente e sofisticato – un thriller dipinto come un quadro di Picasso. Altamente consigliato.”
Giancarlo De Cataldo su Robinson di Repubblica

“Questo romanzo d’esordio in inglese di un autore rumeno è un’intelligente e provocatoria esplorazione di quanto la memoria possa giocare strani scherzi.”
The Sunday Times