"Ci sono crimini peggiori del bruciare libri. Uno di questi è non leggerli" J.Brodsky

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Consigliato: “Il secondo cavaliere”

La Libreria Fahrenheit 451 vi consiglia:

Il secondo cavaliere
di Alex Beer
Edizioni E/O
Traduzione di Silvia Manfredo

beerAmbientato in una Vienna in rovina all’indomani della Prima guerra mondiale, Il secondo cavaliere è un affascinante romanzo storico e un thriller irresistibile.
Vienna, 1919. Quella che solo pochi anni prima era stata la magnifica capitale di un grande impero è in rovina: miseria, fame, borsa nera, donne costrette a prostituirsi, migliaia di senzatetto, rifugi pieni di reduci di guerra, rabbia sociale, frustrazione per la disfatta e per il crollo dell’Impero austro-ungarico.

Il romanzo si apre con l’omicidio di un reduce della Prima guerra mondiale: l’assassino gli spara alla testa in un bosco alla periferia della città e cerca di farlo sembrare un suicidio. A indagare c’è August Emmerich, che insieme al suo assistente, il giovane e inesperto Winter, sta pedinando un borsanerista.

Emmerich non lavora alla Omicidi, anche se nutre l’ambizione di entrare a farne parte. È cresciuto in un orfanotrofio, insieme a colui che oggi è noto come Kolja, uno dei maggiori trafficanti di borsa nera. Emmerich ha combattuto nelle trincee, dove una scheggia di granata gli è entrata nella gamba, causandogli dolori che ora cerca di tenere a bada con l’eroina. Ha una compagna, che ama teneramente al pari dei figli di lei, ma anche lì la sorte gli gioca un brutto scherzo. Eppure continua a credere nella giustizia e caparbiamente manda avanti la sua pericolosa indagine usando mezzi leciti e illeciti, correndo rischi enormi, svelando segreti che coinvolgono personaggi potenti.

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Recensione: “La vendetta del perdono”

Recensione di Silvia Signaroldi

La vendetta del perdono
di Eric-Emmanuel Schmitt
edizioni E/O

vendettaCon una scrittura magnifica, semplice e ricca, Schmitt assesta alle nostre emozioni latenti e assopite quattro incalzanti racconti: l’invidia di una gemella insoddisfatta, la dolcezza di una mamma inadatta, l’abilità psicologica di una madre annientata, la poesia di un vecchio e una bambina tra aerei, volpi e rose.
Ogni racconto colpisce un’emozione: un cinismo che ricorda un po’ il Roald Dahl dei racconti per adulti, la forza dell’opera di Madama Butterfly, il coraggio per affrontare, guardare in faccia e punire l’assassino della figlia, la poesia del ritorno alla vita di un vecchio guidato dalla mano di una dolce e decisa bambina.
Schmitt sembra dirci: accidenti, disseppellite quel piccolo straccio di umanità che forse vi è rimasto in fondo al cuore! Da che parte state, con la gemella buona o con la cattiva? Non vergognatevi di dire che avete amato un aereo e un piccolo principe e una piccola volpe. E perdonate davvero quando volete davvero vendicarvi. E ogni tanto, davanti a una decisione cruciale, chiedetevi: cosa avresti fatto tu, povera ingenua semplice ritardata dolce e generosa in mezzo a tanto cinico vincente egoismo? E se è quella la soluzione è giusto ne rimaniate turbati, è giusto anche piangere, finalmente, in un mondo che non si scompone più per nulla.


Fahr&club “La vendetta del perdono”

La Libreria Fahrenheit 451 vi invita al prossimo gruppo di lettura Fahr&club dedicato a “La vendetta del perdono” di Eric-Emmanuel Schmitt, edito da E/O.

A condurre la serata Valeria Laffeni.

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Fahr&club: “Giardini di consolazione”

Martedì 9 maggio alle ore 20:45 Fahr&club, il gruppo di lettura della Libreria Fahrenheit 451, ha deciso di parlare del libro:

Giardini di consolazione
di Parisa Reza
edito da E/O

Durante l’incontro si discuterà del libro e delle sue tematiche (Iran in questo caso) leggendone anche brevi passaggi; non è obbligatorio aver letto il libro, la serata serve anche per far venir voglia di leggerlo. A condurre la serata Sara Carini.

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Ecco la recensione di Noemi Veneziani per Fahrenheit 451.

Metamorfosi di una nazione: Iran

In quel momento l’Iran è democratico, comunista, socialista, totalitario, religioso, laico, fondamentalista e anche filobritannico, filoamericano, filosovietico, innamorato di Hollywood, occidentalizzato e fedele alle proprie tradizioni […] In quel tumulto di ideologie e credenze ognuno cerca di fabbricarsi un abito di circostanza, simbolo di adesione o rifiuto in tutto o in parte di ciò che immancabilmente succede: il cozzo tra gli uni e gli altri.

È attraverso attraverso questa istantanea che Parisa Reza, pubblicata da Edizioni e/o, sintetizza la complessa situazione socio-politica e culturale di un paese, l’Iran, attraversato da durissimi scontri tra gli anni Venti e gli anni Cinquanta. La seconda guerra mondiale prima e il glaciale conflitto successivo tra USA e URSS, produssero una successione di profondi cambiamenti non sempre accettati di buon grado dalla popolazione iraniana.

Tutto ebbe inizio a Quamsar, piccolo villaggio sito nelle colline iraniane, dove Talla e la sua famiglia si stanno preparando ad affrontare un rigido inverno durante il quale tutti i membri si apprestano a vivere riparati unicamente dal calore del korsi.

Si tratta di un tavolo basso con sopra una immensa coperta sotto la quale viene messo uno scaldino di brace e pietre bollenti.

Talla è all’epoca una giovane fanciulla dedita al lavoro nei campi e alla cura dell’affezionata sorella minore Havva, vittima dell’eccessiva severità del padre che la condannerà a una lunga agonia per poi portarla alla morte. Sconvolta dal vuoto lasciato dalla scomparsa della piccola, Talla decide di dedicare tutta se stessa al lavoro e alla propria crescita dato che molto presto convolerà a nozze con un giovane del villaggio – Sardar – partito anzitempo verso la capitale – Teheran – per costruirsi una piccola fortuna e per preparare la dimora che accoglierà la futura famiglia.
La vita di Talla e Sardar nella capitale sarà segnata da gioie, da paure, da tanta fatica e da una profonda sofferenza come sarà l’insopportabile dolore legato alla perdita di due figli. Tuttavia il rispetto e l’amore reciproco non abbandonerà i protagonisti che saranno invece presto ricompensati della loro fede e dei loro sforzi con l’arrivo di un figlio prodigio che saprà riscattarsi agli occhi della nuova e moderna società iraniana.
Bahram sarà infatti un brillante studente e un appassionato militante tra le fila dei democratici in costante conflitto con coloro che si dichiararono fedeli alla dittatura modernizzatrice dello scià Reza Pahlavi. Egli avrà dunque la possibilità di vivere in un Iran totalmente rivoluzionario rispetto al paese medievale ricordato dai genitori e che il lettore impara a conoscere durante la prima fase di sviluppo del romanzo.

Giardini di consolazione potrebbe essere definito un meticoloso reportage di quello che fu e che poi divenne la cultura iraniana, poiché utilizzando una scrittura rapida e scorrevole – quasi appunto a ricordare un servizio giornalistico – l’autrice permette a noi europei di conoscere una cultura rimasta troppo tempo nell’ombra o giunta sino a noi completamente stravolta.
Come un regista l’autrice inquadra infatti diversi momenti di quotidianità preziosi per imparare a comprendere una cultura così tanto diversa dalla nostra e, per di più in un trentennio segnato da profondi mutamenti.
Dapprima l’autrice tocca le corde più intime del lettore mostrando un lato della comunità, quello maschile, intento a compiere i primi passi verso la dimensione femminile nelle sfere più intime; Bahram avrebbe infatti assaggiato l’amore carnale, e da quella volta ha scoperto una cosa che molti uomini di quelle terre ignorano: il piacere della donna.

Ma il processo di apertura e di commistione culturale dei due sessi non sembra essere unanimemente condiviso sia dagli uomini che dalle donne le quali, libere di abbandonare quel velo simbolo di sottomissione, decidono invece di opporsi alle nuove leggi per continuare ad osservare le proprie regole.

Alcune [donne] restano tappate in casa fino a che gli obblighi della vita le costringono ad affrontare la strada. Altre usciranno solo anni dopo, quando la legge cadrà in disuso. Per quelle donne, così come per i loro uomini, è impossibile mostrarsi ai passanti senza chador. Tra l’andare all’inferno e rimanere in casa, scelgono o sono costrette a rimanere in casa.

Più lineare e a tratti ironica è invece il racconto delle emozioni di coloro che si trovarono a fare i conti con le nuove tecnologie introdotte nel Paese da quegli stranieri venuti forse da un mondo parallelo.
Almeno, così sembra percepire la loro presenza l’analfabeta Sardar, che tuttavia dovrà proprio al forestiero la scoperta di un oggetto che in grado di migliorare notevolmente la propria esistenza: era infatti arrivata a Teheran la radio.

La cosa che preferiva era la musica. Gli entrava dentro e lo rendeva felice. Pensava che il paradiso dovesse essere pieno di quella musica, che Dio era soddisfatto dei suoi sudditi e che erano tempi benedetti, motivo per cui aveva ricompensato gli uomini dando loro la radio, cioè il suono del paradiso sulla terra.

E con essa erano arrivati anche oggetti come gli orologi e quegli strani complessi in cui sequenze di immagini scorrevano veloci su un telo bianco e che venivano chiamati “cinema”.

Parisa riesce dunque a rendere in maniera diretta ed efficace la dura lotta di una nazione costretta allo sviluppo e che vi aderisce con difficoltà in quanto la propria cultura deve rimanere e deve essere conservata intatta così da costituire un porto sicuro – un giardino di consolazione – dove potersi rifugiare per poter trovare la forza di affrontare un domani forse ancora più incerto del presente.


Consigliato: “Resta la polvere”

La Libreria Fahrenheit 451 vi consiglia:

Sandrine Collette
Resta la polvere
(Edizioni e/o)
Traduzione dal francese di Alberto Bracci Testasecca.

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Quando Rafael viene al mondo la fattoria è già un inferno: il padre se n’è da poco andato per sempre; i fratelli maggiori, i temibili gemelli Mauro e Joaquin, forti e prepotenti, odiano l’ultimo arrivato e lo maltrattano; l’altro fratello, Steban, è semiritardato, e la madre, rozza e avara, tiene insieme quella famiglia di disperati con tirannica autorità.
Appassionato e struggente, con un’ambientazione che fa pensare alla Patagonia di Chatwin e un ritmo incalzante degli eventi degno del miglior noir.

«Si pensa naturalmente a William Faulkner leggendo le prime magnifiche pagine di Resta la polvere, gli stessi dialoghi asciutti, le stesse descrizioni mozzafiato di un paesaggio brullo. Le sue storie, fredde come lame di coltello, possiedono una strana poesia». —M, magazine di Le Monde

«Una favola di una bellezza terribile e febbrile». —Internazionale


I consigli degli amici

Consiglia anche tu un libro compilando questi semplici punti:
Chi-Cosa-Come-Dove-Quando-Perché
e manda il tuo consiglio a fahrenheit.451@libero.it
Noi lo pubblicheremo al più presto su questo sito!

Oggi ben tre consigli di Silvia Signaroldi.

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incardona_lameta_deldiavoloCHI: Silvia Signaroldi

COSA: “La metà del diavolo” di Joseph Incardona

COME/DOVE: a casa

QUANDO: in ogni minuto libero

PERCHE’: perché è un viaggio statico, è incalzante, ha ritmo, e crede in chi non ha più nulla da perdere.

Teso, tagliente, asciutto, triste e senza speranza, perché tutto quello che si confronta con la morte non può mai vincere.
I personaggi sono tratteggiati come se fossero disegnati a china, si percepiscono occhi vuoti, mascelle contratte, dolore visibile e palpabile, anzi, è il dolore il personaggio principale, che accomuna tutti gli altri protagonisti, chi corre lungo l’autostrada, chi abita l’autostrada, chi lavora in autostrada: è tutto così inesorabilmente connesso e ognuno è così disperatamente e crudelmente solo.
Il dolore è protagonista e l’azione del libro è invece una caccia cui non sfugge il minimo particolare, con tempi pazienti, e poi serrati, e poi quando la soluzione sembra lì, il tutto si fluidifica di nuovo, e allora poi corri, recuperi, afferri ogni minima possibilità, ogni minimo segnale che potrebbe essere una salvezza e quindi la fine di tutto.
La fine.
Il ritmo di scrittura segue la storia, rallenta, sembra accelerare di colpo, ci siamo, poi di nuovo lento, arretra, prende una rincorsa, sale per scendere di colpo: crude situazioni, stacchi imprevedibili, simboli, elenchi di azioni di emozioni di descrizioni, e ragionamenti, deduzioni, pause nette, realizzazioni e azioni, e resti avviluppato in quell’autostrada che tante volte hai distrattamente imboccato senza mai vederla realmente.
Mi è piaciuto per come mi ha preso, per l’emozione affannosa ma fredda che ha saputo trasmettere costruendo attorno alla vicenda un’inquadratura originale e ben congegnata.
“Tìa Sonora ha imparato che le bugie dicono più cose sulla verità che la verità stessa.
Tìa Sonora ha imparato a raccontare bugie. La bugia è la vera creazione. La bugia è sogno.
Tìa Sonora ha capito che la verità non è nient’altro che l’esistenza stessa.
La bugia è l’altrove, è dove la gente vorrebbe essere.”

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neuman.pngCHI: Silvia Signaroldi

COSA: Andrés Neuman – “Le cose che non facciamo”

COME/DOVE: a casa

QUANDO: appena ho un attimo di tempo

PERCHE’: consigliato da Sara, ne leggerò ancora perché è un autore fresco capace di scrivere su diversi registri, con la sintesi elegante e compiuta necessaria al tempo breve del racconto.

Un bel libro di racconti, un giovane autore argentino scoperto grazie al vostro gruppo di lettura.
Racconti fulminanti, introspettivi, cattivi, concitati, cinici, angoscianti, teneri, affettuosi: tanti mondi, tante sfaccettature di quella complicanza ambulante che ognuno di noi più o meno consapevolmente è.
Colpisce per la varietà di argomenti, la varietà di stili, la varietà di situazioni: ogni storia è diversa e racconta situazioni normalmente paradossali, in un linguaggio perfetto, elegantissimo, ricco di parole e di sfumature (merito questo anche di un’accurata traduzione: troppe volte non ci si pensa e si dà per scontato, ma una traduzione colta e significativa valorizza e anzi esalta il testo tradotto e ne assicura la fedeltà e la coerenza) e adatto alla vicenda, vario e sempre comunque diverso. Ci troviamo un “Dare alla luce” a perdifiato proprio come un parto (o un amplesso?) senza interruzioni di punti-duepunti-puntoevirgola, oppure una logica aberrante nel “Monologo del mostro”, il disprezzo per l’emulazione di “Vestiario” e l’ironica analisi della “Teoria della stesura”, la dolcezza e l’amore di “Madre di spalle”, la lucida pazzia di “Juan, José”, l’assurda sincronia della “Coppia perfetta”, la sensuale complicità delle “Cose che non facciamo”.
Avevo letto da qualche parte che è più complicato scrivere racconti brevi che lunghi romanzi, ed in effetti anche dal punto di vista del lettore è più facile lasciarsi prendere da un romanzo con fitta trama e personaggi che hanno il tempo di presentarsi e farsi riconoscere, che non da brevi racconti che in un’inquadratura devono definire la situazione, ritrarre i protagonisti e proporre un più o meno aperto finale: qui non sfugge nulla, l’inquadratura è sempre diversa e sempre al massimo della definizione, senza sprechi o sbavature.

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LA-GRAZIA-DEL-DEMOLITORE.jpgCHI: Silvia Signaroldi

COSA: Fabio Bartolomei “La Grazia del Demolitore”

COME/DOVE: a casa

QUANDO: appena possibile

PERCHE’: ho scoperto l’autore con uno strepitoso “We are family”, e poi l’ho seguito al cinema con “Noi e la Giulia”, e questo è proprio un altro bel dizionario di emozioni in accurato stile naif, per chi vive coi piedi non troppo sulla terra.

Più ne leggo e più mi piace, mi conquista parola per parola, in un’atmosfera che ti fa sentire abbracciata da tutto l’affetto che si può mettere nelle pagine di un libro.
Descrive la cecità come se i ciechi fossimo noi lettori, per farci immaginare odori, scene di film, sensazioni tattili, paura e fiducia.
La scrittura mi sembra ancor più precisa ed elegante dei precedenti suoi libri, leggera come un soffio di aria fresca e profumata, ma accuratissima nella scelta dei termini e nelle descrizioni linearmente articolate.
I personaggi come al solito sono irreali e strampalati ma veri ed emozionanti, con Davide e i suoi amici che sembrano bambocci viziati ma capaci di ideali ed utopie, con una figura materna che sembra lontana e trasognata ma se ne esce con imperturbabili slanci di affetto attento e sicuro.
Sono incommensurabili le scene del ballo di Davide e Ursula, nell’innocente perversione di una convivenza per lei inconsapevole e che lui vive da candido voyeur della sua vita imparando che della vita bisogna gustarsene ogni minimo dettaglio.
Tra tutti i protagonisti chi ne esce peggio è il padre, un “cattivo” che ha metabolizzato i rimorsi e ha imparato a convivere con i suoi incubi.
Mentre Ursula, la protagonista cieca, ha la grazia di muovere intorno a sé una storia surreale in cui tutti, dai protagonisti ai lettori, imparano a vedere meglio intanto che il suo orizzonte si allarga sempre più mano a mano che gli ostacoli le vengono appianati e rimossi: è come se ci indicasse la strada per renderci fiduciosamente la vita più semplice.
E finisce, come tutti i suoi libri, che non finisce: perché è sì una favola ma è proprio come la vita, e quindi continua…

 


Consigliato: “Giulia 1300 e altri miracoli”

Giulia 1300 e altri miracoli
Fabio Bartolomei
(edizioni e/o)

giuliaA Diego, quarantenne traumatizzato da un lutto familiare, con un lavoro anonimo e un talento unico per le balle, accade di imbarcarsi in un’impresa al di sopra delle sue capacità, l’apertura di un agriturismo; accade che decida di farlo in società con due individui visti solo una volta e che in comune con lui hanno esclusivamente la mediocrità; accade anche che a scongiurare il fallimento immediato sia l’intervento di un comunista nostalgico e che la banale fuga in campagna si trasformi in un atto di resistenza quando nell’agriturismo si presenta un camorrista per chiedere il pizzo. Una “miracolosa” commedia all’italiana che ci fa ridere da pazzi senza nascondere i mali e i difetti del nostro paese.
Dal libro è stato tratto il film “Noi e la Giulia” di Edoado Leo, nelle sale ora.


Aperitivo in giallo con l’autore Roberto Riccardi

La Libreria Fahrenheit 451 vi invita, venerdì 21 febbraio ore 19

Aperitivo in giallo con Roberto Riccardi
autore del libro “Venga pure la fine
edizioni e/o

L’autore sarà intervistato da Maurizio Matrone
Una piccola “caccia al libro” premierà il detective più in gamba
Seguirà piccolo buffet

VENGA PURE LA FINEIL LIBRO

La giustizia internazionale è un’importante frontiera della civiltà moderna: la via perché davvero, come vuole fin dal 1948 la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, tutti i cittadini nascano “liberi ed eguali in dignità e diritti”. Il romanzo Venga pure la fine di Roberto Riccardi, che muove dalla sospetta ingestione di farmaci nocivi da parte di un criminale della guerra in Bosnia, sulla quale indaga un ufficiale italiano, affronta il tema con il ritmo proprio di un noir, uno stile narrativo contemporaneo e il realismo di chi conosce la materia. Perché Riccardi, colonnello dell’Arma, l’uniforme delle missioni di stabilizzazione l’ha indossata due volte, la prima in Bosnia e la seconda nel Kosovo.

La tragedia dei Balcani, nel libro, è occasione per riflettere sugli orrori dei conflitti e sull’eterna giustificazione dei carnefici: “non ho fatto che eseguire degli ordini”. Saranno i due protagonisti, il tenente Rocco Liguori e il colonnello Milan Dragojevic, a confrontarsi su questo assunto, e lo faranno a colpi di Elsa Morante e Ivo Andrić, dei quali hanno letto gli stessi testi per giungere a conclusioni diametralmente opposte. Sullo sfondo, fra una Sarajevo devastata e L’Aja sede del Tribunale penale per i crimini commessi nella ex-Yugoslavia, il ruolo del nostro Paese, sempre in bilico nel difficile equilibrio fra il rispetto della propria Costituzione e gli obblighi imposti dalle varie Alleanze.

NOTA SULL’AUTORE

Roberto Riccardi è colonnello dell’Arma e direttore della rivista Il Carabiniere. Ha lavorato per anni in Sicilia e Calabria e ha comandato la Sezione antidroga del Nucleo investigativo di Roma svolgendo indagini in campo internazionale. Ha esordito nel 2009 con Sono stato un numero (Giuntina) a cui è seguito il thriller Legame di sangue (Mondadori, 2009), il romanzo storico La foto sulla spiaggia (Giuntina, 2012) e il giallo I condannati (Giallo Mondadori, 2012). Per le Edizioni E/O è uscito nel 2012 Undercover.