“L’atlante dei posti sbagliati”
di Dinaw Mengestu
(NNE)
Mamush è un giornalista in crisi. Nato negli Stati Uniti da madre etiope, vive a Parigi con la moglie Hannah e il figlio, e cerca di tenere a bada le sue numerose dipendenze. Tornato a Washington per far visita alla madre, trova ad attenderlo una notizia inaspettata e terribile: Samuel, l’uomo che gli ha fatto da padre, si è appena tolto la vita. Affettuoso e istrionico, anche Samuel era emigrato dall’Etiopia, per poi diventare l’ennesimo tassista straniero in un paese che a poco a poco lo ha annientato. La madre di Mamush lo aveva accolto in casa senza troppe spiegazioni, e la loro strana amicizia, venata di apprensione, è l’enigma che Mamush cerca di decifrare da quando era bambino. Di fronte al dolore per quel lutto improvviso, Mamush capisce che l’unico modo per riprendere in mano la sua vita e il suo matrimonio è fare luce su quel passato misterioso; e così attraversa gli Stati Uniti in taxi, in un viaggio in cui realtà, ricordi e immaginazione si confondono come i panorami fuori dal finestrino di un’auto in corsa. L’atlante dei posti sbagliati è un romanzo sull’amore familiare e sulla paternità, e sul potere della fantasia e dei ricordi nel rimettere insieme i pezzi di un’identità in frantumi. Dinaw Mengestu dà voce allo spaesamento di chi si sente sempre nel posto sbagliato, e con una scrittura poetica e rigogliosa riesce a trasformare la parola “fine” in un nuovo, sorprendente inizio.
Questo libro è per chi usa una cura speciale nell’incartare i regali, per chi a bordo di un taxi chiude gli occhi e sogna di risvegliarsi dall’altra parte del mondo, per chi d’estate si disseta bevendo l’acqua dalle fontanelle, e per chi ha imparato che a volte non serve capire qualcuno per volergli bene, perché è l’amore la verità più preziosa, l’unica che conta davvero.
Dinaw Mengestu è nato in Etiopia e cresciuto negli Stati Uniti. I suoi articoli e racconti sono apparsi su The New York Times, The New Yorker, Harper’s Magazine, Granta e Rolling Stone. È autore di tre romanzi, tutti inseriti nella lista dei “Notable Books” del New York Times: Tutti i nostri nomi (2014), Leggere il vento (2010) e Le cose che porta il cielo (2007), che gli sono valsi prestigiosi riconoscimenti come la Guggenheim e la MacArthur Fellowship. Nel 2017 è stato incluso nei “Best Young American Novelists” di Granta.
