"Ci sono crimini peggiori del bruciare libri. Uno di questi è non leggerli" J.Brodsky

Recensione: “Toringrad”

“Toringrad” di Darien Levani (Spartaco Edizioni)
Recensione di Noemi Veneziani.

toringrad levani.pngITALIA – ALBANIA

Siamo a Torino.
Più precisamente ci troviamo in quella zona di Torino che non è né centro né periferia. Una zona di confine. Ebbene, in una di queste strade si trova l’insegna di un bar: Toringrad.
Era finalmente felice Drini, ventinovenne in pensione e gestore di un bar, il Toringrad appunto, che sarebbe diventato il punto di convergenza di quella parte di malavita albanese con cui egli ebbe a che fare nel suo ingombrante passato. Avrebbe voluto starsene lontano dai guai; almeno quel tanto che la gestione di una sala da giochi d’azzardo avrebbe permesso.
Ma la vita è imprevedibile, e i parenti ancora di più.
Così ecco che Drini si ritrova a tu per tu con il cognato Petrìt, detenuto per spaccio, che gli affida l’ultima importante consegna.
Ex studente della facoltà di storia e personaggio di una logica quasi disarmante, Drini decide di rispondere alla chiamata del cognato, ma l’impresa non sarà affatto semplice nemmeno per il capace giovane che dovrà fare i conti con molteplici e insospettabili traditori.

La roba è sparita a Milano ancora prima di venire tagliata: quella città si regge sulla cocaina come l’impiccato si regge sulla corda.

Milano: la città della marcia malavita, di coloro che agiscono solo e unicamente con l’intento di vendere, senza alcuna logica, quel bene di lusso all’apparenza tanto innocuo.
È lì che Drini e la sua squadra dovranno consegnare la merce. Ma ci vuole buon senso e fredda logicità perché tutto il processo imprenditoriale di dama bianca, dall’acquisto alla vendita, vada a buon fine.
Nessuna morale; solo pura logica.

Se vai a un appuntamento con un cacciavite addosso, gli altri arrivano con i coltelli. Se porti il coltello, loro hanno la pistola. È tutta una escalation sulla diffidenza che non può non finire con il sangue sull’asfalto, e il mio sangue sta benissimo dov’è, grazie. […]
Non mi stancavo mai di ripetere: se entri in una villa e porti via la tivù, ci guadagni cento euro e finisci sul Tg della televisione locale. La gente si arrabbia quando porti via la tivù, chiede sicurezza, chiama la polizia e qualcosa succede, sempre. Se te ne vai in giro per la città con dieci chili di coca tutti se ne fregano: non è un loro problema, non li tocca direttamente. Poi magari hanno il figlio che si buca nei cessi della discoteca di provincia ma ci penseranno dieci anni dopo, semmai.

È u na dura sentenza quella che Darien Levani, autore di Toringrad edito da Spartaco: lottare contro lo spaccio di droga è una impresa che nemmeno Ercole avrebbe potuto annoverare tra le sue dieci fatiche. Forse non si può combattere, bensì arginare e forse, in parte, controllare ma solo accettando di “collaborare” con coloro che si potrebbero definire imprenditori di un bene di lusso che non viene imposto a nessuno ma che ognuno può scegliere di acquistare.
Non è sicuramente una semplice decisione, quella della sconfitta apparente, e il rancoroso Maresciallo Albero, dialogando con Drini durante un fermo, fa comprendere al lettore tutto l’amaro di una Italia ormai sfinita da una inutile, violenta e squilibrata battaglia.

Noi mandiamo avanti questo Paese. Aiutiamo questa gente ad andare avanti, accordiamo prestiti quando hanno la corda al collo. quando tutte le porte sono chiuse, è solo allora che si rivolgono a noi. La nostra porta è sempre aperta, ecco perché vinciamo sempre…

Così sentenzia il malinconico Envèr emblema di un potere, quello comunista, che ormai non è più così forte ma che continua a sopravvivere nella mente di coloro che lo hanno vissuto sulla propria pelle, specialmente nelle terre balcaniche, e che ancora li condiziona.
Ruvida, violenta e diretta, la scrittura di Darien Levani racconta la storia di un intero Paese, anzi forse di due Paesi – l’Italia e l’Albania – percorsi da forti sentimenti e da condizioni che nemmeno l’istituzione statale può debellare definitivamente.
Che sia l’invito a una riflessione oppure la volontà di fotografare la condizione di un paese ormai allo stremo delle proprie forze che si lascia guidare dove le vite degli stessi protagonisti decidono di condurlo, il Toringrad sarà sempre un luogo in cui si troverà un Drini pronto a impartire interessanti nozioni storiche relative a quei personaggi diventati simbolo di importanti vie in tutto il nostro Paese e dei quali nemmeno noi italiani ricordiamo le gesta.

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